Sempre stanco, mai abbastanza: la depressione di chi vuole solo realizzarsi

Non sei stanco perché lavori troppo. Sei stanco perché sei diventato il tuo stesso padrone. Appunti sulla depressione come malattia della prestazione — e su cosa, in terapia, possiamo ancora farne.

In breve. La cosiddetta depressione da prestazione è una forma di esaurimento che non nasce da un'oppressione esterna, ma dalla pressione che ci mettiamo da soli nel dovere continuo di realizzarci. Il filosofo Byung-Chul Han la descrive così: nella società di oggi siamo insieme vittima e carnefice di noi stessi. Ecco perché succede — e cosa possiamo davvero farne.

C'è un tipo di stanchezza che il riposo non tocca. Arriva il sabato mattina, niente da fare per ore, e la persona resta inchiodata a un senso di colpa che non sa nominare: come se fermarsi fosse un debito, come se il vuoto fosse una colpa. Non è pigrizia, non è capriccio. È una delle forme più diffuse di sofferenza che si incontrano oggi in studio, e ha una caratteristica spiazzante: non viene da fuori. Nessuno sta opprimendo questa persona. Il carnefice è in casa.

Dalla società del «non si può» alla società del «puoi tutto»

Per gran parte del Novecento la psicoanalisi ha letto la sofferenza psichica come un conflitto. C'era un desiderio e c'era un divieto; tra i due, la rimozione; e dalla rimozione nascevano i sintomi. Il modello presupponeva un'istanza che dice no — il Super-io, la legge, il padre — e una parte di noi che spinge contro quel no. Curare voleva dire portare alla luce quel conflitto nascosto, dargli parola. È lo schema su cui sono cresciute generazioni di terapeuti.

Byung-Chul Han, nelle pagine de La società della stanchezza, sostiene che questo schema oggi gira a vuoto. Non perché Freud avesse torto, ma perché è cambiato il terreno. La società che produceva nevrotici — fatta di divieti, confini, di un perentorio non si può — ha lasciato il posto a una società che funziona al contrario, sull'imperativo del poter-fare. Non più «devi obbedire», ma «puoi tutto», «realizzati», «diventa te stesso». E un mondo che ha tolto i divieti non smette di ammalare le persone: cambia solo il modo in cui le ammala.

Il lamento del depresso — «niente è possibile» — è pensabile solo dentro una società convinta che niente sia impossibile.

Vittima e carnefice: il padrone è in casa

Qui sta l'inversione clinicamente più feconda. Il soggetto della prestazione non è in guerra con un padrone esterno: è padrone e servo di se stesso. Si dà gli obiettivi, si sorveglia, si supera, si punisce. Han usa un'immagine esatta: è insieme vittima e carnefice. La pressione non scende dall'alto, sale dall'interno — e proprio per questo è invisibile e inattaccabile: non c'è un'autorità contro cui ribellarsi, perché l'autorità coincide con la propria volontà di riuscire. Lo sfruttamento si traveste da libertà. Ci si consuma credendo di realizzarsi.

Da qui due cose che in studio si vedono di continuo, e che questo modello spiega meglio di altri.

1. La colpa nel riposo

Se il principio non è più il dovere ma il poter-fare, allora non c'è mai un punto in cui ci si possa fermare in pace: si potrebbe sempre fare di più. Manca la forma conclusiva — quel senso di «ecco, è fatto» che chiude e gratifica. Il soggetto resta in un'eccedenza permanente di possibilità, e quindi in un debito permanente. Da fuori sembra disciplina; da dentro è una ruota da criceto che gira sempre più veloce. È il motivo per cui una domenica libera, invece di riposare, diventa il processo a tutto ciò che non si è ancora fatto.

2. L'autoaggressività senza trauma

Nel modello classico la melanconia nasceva da una perdita: Freud la descriveva come un conflitto con l'Altro che, una volta internalizzato, si rovescia in conflitto con se stessi. C'era ancora una relazione, sia pure negativa, sia pure col fantasma di qualcuno. La depressione da prestazione, osserva Han, spesso non ha nemmeno quello. Non c'è un Altro perduto: c'è solo un io ripiegato su di sé, un autoriferimento esasperato che, non trovando resistenza fuori, finisce per scavarsi dentro. È il motivo per cui tanti non riescono a indicare un «perché», un evento, una ferita. Non c'è la ferita classica. C'è l'esaurimento.

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Il limite di questa lettura (perché va detto)

Vale la pena fermarsi qui, perché è anche il punto debole della tesi. È seducente leggere ogni depressione come sintomo di un sistema malato: solleva la persona dalla colpa e le offre un nemico con cui prendersela. Ma è una consolazione a doppio taglio. Se la sofferenza è solo «colpa del sistema», la persona che ho davanti torna a essere un'astrazione, e resta sola davanti a un meccanismo impersonale che non può toccare.

E va detto con chiarezza: questa è una lente — culturale — non una spiegazione unica. La depressione ha anche radici biologiche, relazionali, traumatiche, e non tutte rientrano in questo schema. Il lavoro clinico vive nello spazio stretto tra i due fuochi: tenere insieme la lucidità della diagnosi culturale e la singolarità di questa persona, qui, ora. Chi promette la spiegazione che spiega tutto, di solito, non sta spiegando niente.

E allora cosa possiamo farne, in concreto?

Una cosa, soprattutto. Se la malattia nasce dal ripiegamento dell'io su se stesso, dalla scomparsa di ogni resistenza e di ogni alterità, allora la cura passa esattamente da lì: dal restituire un Altro. In L'espulsione dell'Altro, Han scrive che solo l'Eros — inteso in senso ampio, come ciò che mi strappa da me e mi sposta verso un altro — può rompere il guscio narcisistico in cui il depresso si è murato.

La relazione terapeutica è, prima di ogni tecnica, questo: un Altro reale che fa resistenza, che non si lascia ridurre a specchio, che non valuta una performance. In studio non si misura niente. Non c'è ranking, non c'è like, non c'è «fai di più». C'è qualcuno che ascolta — e l'ascolto, oggi, è quasi un atto controculturale. Ma lo stesso vale fuori dallo studio: una cena senza telefono in cui qualcuno ti contraddice davvero, un amico che non ti applaude, sono già piccole crepe nel guscio.

C'è poi un secondo elemento, più sottile. Nella Scomparsa dei riti, Han osserva che la depressione non attecchisce dove ci sono i riti: le forme condivise che alleggeriscono l'io dal peso di sé, che lo tolgono dall'introspezione continua e gli restituiscono un mondo. Un rito non è una cerimonia solenne: è il caffè della domenica fatto sempre allo stesso modo, la passeggiata che chiude la giornata, la cena del venerdì. Reintrodurre ritmo, soglie, gesti che chiudono e aprono le cose è un modo concreto di riparare quella mancanza di «forma conclusiva» di cui soffre il soggetto della prestazione. Non è poco, in un'epoca che ha trasformato perfino il riposo in un compito.

Il diritto di non poter-fare

Resta quella frase, che vale come diagnosi del tempo prima ancora che del singolo: «niente è possibile», dice il depresso. È pensabile solo dentro una cultura convinta che niente sia impossibile. Il compito, in studio, non è rilanciare l'illusione del «tutto è possibile» con più energia — è il contrario. È restituire alla persona il diritto di non poter-fare. Il diritto di fermarsi senza colpa. E il diritto, perfino, al conflitto: perché un conflitto con qualcuno, là fuori, è già un legame — e un legame è già l'inizio di una via d'uscita dalla guerra con se stessi.

Domande frequenti

Che cos'è la depressione da prestazione?

È un'espressione, resa nota dal filosofo Byung-Chul Han, per descrivere una forma di esaurimento che non nasce da un'oppressione esterna ma dalla pressione che la persona si autoimpone nel dovere continuo di riuscire e «realizzarsi». Non è una diagnosi clinica ufficiale, ma una chiave di lettura culturale del disagio contemporaneo.

Perché sono sempre stanco anche quando riposo?

Quando il principio guida diventa il «si potrebbe sempre fare di più», manca un punto in cui fermarsi in pace: anche il tempo libero si trasforma in un compito non assolto, e il riposo si carica di senso di colpa invece di ristorare. La stanchezza, in questi casi, è più mentale e relazionale che fisica.

In che cosa è diversa dalla depressione «classica»?

La depressione descritta da Freud nasce tipicamente da una perdita e da un conflitto con qualcuno che viene poi rivolto contro se stessi. La depressione da prestazione spesso non ha un evento scatenante riconoscibile: è un io ripiegato su di sé che, non trovando resistenza fuori, si logora dall'interno.

La colpa è solo della società?

No. La lettura culturale aiuta a capire il fenomeno, ma rischia di trasformare la persona in un'astrazione. La depressione ha anche cause biologiche, relazionali e traumatiche. Lo sguardo sociale e quello individuale vanno tenuti insieme, non contrapposti.

Cosa aiuta davvero?

Due movimenti, secondo questa prospettiva: ritrovare un Altro reale — relazioni che non ci facciano da specchio né ci valutino come una performance — e reintrodurre piccoli riti quotidiani che diano alle giornate un inizio e una fine. La relazione terapeutica è uno spazio in cui esercitare entrambe le cose. Se ti riconosci in questa stanchezza, parlarne con un professionista può aiutarti a leggerla meglio.

Cosimo Frascella è psicologo e psicoterapeuta in formazione, con studio a Matera. Lavora con un approccio psicodinamico integrato e si occupa di depressione, ansia, relazioni e identità.

Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce una consulenza professionale. Se ti riconosci in ciò che hai letto e stai attraversando un periodo difficile, parlarne con uno psicologo o uno psicoterapeuta è un buon primo passo.

Riferimenti

  1. Byung-Chul Han, La società della stanchezza, trad. F. Buongiorno, nottetempo (ed. orig. Müdigkeitsgesellschaft, 2010). Il passaggio dalla società disciplinare a quella della prestazione; il soggetto «vittima e carnefice»; depressione ed esaurimento come patologie dell'eccesso di positività.

  2. Byung-Chul Han, L'espulsione dell'Altro, trad. V. Tamaro, nottetempo (ed. orig. Die Austreibung des Anderen, 2016). La scomparsa dell'alterità e l'Eros come uscita dall'invischiamento narcisistico. Cfr. anche Eros in agonia (nottetempo).

  3. Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti, trad. S. Aglan-Buttazzi, nottetempo (ed. orig. Vom Verschwinden der Rituale, 2019). I riti come forme che depsicologizzano l'io e lo proteggono dal vuoto.

  4. Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, Einaudi, Torino (ed. orig. La fatigue d'être soi, 1998). La depressione collocata nel declino del riferimento al conflitto — la tesi con cui Han dialoga criticamente.

  5. Sigmund Freud, Lutto e melanconia (1915–1917). La melanconia come conflitto con l'Altro internalizzato e rovesciato in autoaggressività.

Le citazioni dai testi sono parafrasate; le formule brevi tra virgolette sono di Han. Verificare edizione, città e traduzione prima della pubblicazione.

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