«Manda a fanculo» e impara a respirare
Zerocalcare e la psicologia dei confini. In un episodio di Due Spicci il fumettista disegna, foglio alla mano, l'architettura segreta dei confini: i muretti che ci proteggono, la botola che nascondiamo e l'unico posto dove l'aria è ancora respirabile.
Una scena minima, quasi un gag tra amici. Qualcuno prende un foglio e comincia a tracciare cerchi concentrici per spiegare all'altro — troppo accomodante, incapace di dire no — come si difende il proprio spazio. Eppure, sotto il romanesco e il tono sboccato, l'episodio di Due Spicci finisce per dire qualcosa di serissimo sulla psicologia dei confini: su quel perimetro invisibile che ci tiene insieme e che, quando cede, fa «crollare tutto». Vale la pena seguirlo anello per anello.
1 — I muretti. L'architettura dei confini
Il primo cerchio è il «muretto base»: la soglia minima. Poi viene il «cerchio della cortesia», e più dentro lo spazio riservato «solo alla gente a cui vuoi bene davvero». Ogni anello è un filtro, una decisione su chi può avvicinarsi e quanto. La battuta che ritorna — il dovere di mandare a quel paese Mario di Sant'Elpidio, il conoscente che pretende un favore — non è cattiveria: è la traduzione comica del diritto di dire no, di non far entrare chiunque solo perché lo chiede.
Zerocalcare registra anche la pressione contraria: la persona che «fa entrare tutti», che già al primo muretto rinuncia a difendersi. Qui il fumetto incrocia Erich Fromm. In Psicanalisi della società contemporanea Fromm descrive un super-io conformista in cui la virtù coincide con l'adattarsi e l'essere come gli altri, mentre il bisogno di solitudine viene riletto come sintomo — un capriccio, una piccola nevrosi da correggere. L'intimità, scrive, è diventata clandestina: ritirarsi è vissuto come una colpa. In questa cornice, alzare i muretti diventa un gesto quasi sovversivo.
C'è poi un secondo livello, più sociologico. Zygmunt Bauman, ne La solitudine del cittadino globale, ritrae un individuo esposto e precario che, dentro una comunità di estranei, finisce per difendere in modo quasi parossistico lo spazio che sente minacciato. La fortezza di Zerocalcare è esattamente questo: la reazione di un soggetto fragile a un mondo in cui i legami si formano e si disfano con la stessa facilità, e in cui nessun porto pare più davvero sicuro.
«La gente normale già qua metterebbe la barriera»: il confine non è ostilità, è manutenzione di sé.
2 — La botola. Il segreto che ci protegge
Al centro della fortezza c'è qualcosa che nessuno deve vedere: la botola. Sotto di essa, una pianta infestante, «aggrovigliata, piena di spine, brutta». È la parte di sé che teniamo nascosta — il nucleo dolente e contorto che temiamo possa far scappare chi abbiamo lasciato entrare. La paura non è solo di essere visti: è che l'altro, scoperta la botola, «si porti via tutto» e lasci «crepe che indeboliscono la struttura».
Qui il fumetto tocca il cuore di una tesi di Byung-Chul Han. In L'espulsione dell'Altro Han sostiene che l'obbligo contemporaneo alla trasparenza cancella ogni spazio di riparo e di ritiro: l'iperconnessione, dice, ci sottrae proprio quell'interiorità che potrebbe proteggerci. Una società senza segreti è una società senza ripari, in cui tutto «si fa minacciosamente vicino». La botola chiusa è la rivendicazione di un residuo opaco, di un dentro che non deve essere esposto per forza.
Lo confermano, dal versante italiano, Andrea Colamedici e Maura Gancitano in La società della performance: nell'economia della visibilità ciascuno diventa un brand e impara a rinunciare al segreto in cambio del noto, a cedere pezzi di privacy per convenienza, fino a temere di essere imprevedibile — cioè complesso, mutevole, capace di sbagliare. La botola è ciò che resiste a questa pressione: la promessa che non tutto di noi è in vetrina.
E la pianta spinosa? È la sofferenza che non vogliamo mostrare. In La società senza dolore Han descrive una cultura palliativa che bandisce ogni forma di dolore, lo nasconde, lo anestetizza. La botola custodisce proprio quel dolore «brutto e contorto» che non possiamo eliminare e che, in fondo, ci appartiene.
3 — L'apnea. L'unico posto dove si respira
Il finale dell'episodio offre l'immagine più bella. Siamo «organismi strani», capaci di restare in apnea a lungo: usciamo, incontriamo gente, attraversiamo il mondo esterno — ma a fine giornata dobbiamo tornare nell'unico posto dove si può riprendere fiato, l'unico in cui l'aria è respirabile per i nostri «polmoni malati».
È, parola per parola, la diagnosi di Han ne La società della stanchezza. Il soggetto contemporaneo non è più l'uomo del divieto, ma il soggetto di prestazione che sfrutta sé stesso volontariamente, fino all'«infarto dell'anima». La stanchezza che ne nasce è solitaria: separa, isola. Contro di essa Han recupera l'idea dello Shabbat come tempo del non-fare — non una pausa funzionale al lavoro, ma un intervallo in cui finalmente si respira. Il ritorno alla botola, allora, non è una fuga: è ciò che rende possibile uscire di nuovo.
Puoi fare dei giri, incontrare gente — ma poi devi tornare nell'unico posto dove i tuoi polmoni funzionano.
4 — La stanza. Aprire la botola senza crollare
Resta una domanda che il fumetto lascia aperta: e se la botola, prima o poi, andasse aperta? Tenerla chiusa protegge, ma una porta che non si apre mai diventa una cella. C'è un luogo nato apposta per questo gesto rischioso — guardare la pianta spinosa senza che la struttura ceda — ed è la stanza della terapia. Il lavoro non consiste nell'abbattere i muretti, che sarebbe l'errore speculare e altrettanto rovinoso, ma nell'imparare a maneggiarli: decidere chi far entrare, invece di subire chiunque bussi.
Il paradosso è che quella stanza è fatta, lei stessa, di muretti. L'orario che torna sempre uguale, la frequenza regolare, il confine netto del rapporto — quello che si chiama setting — non sono formalità. Sono la cornice che rende l'aria respirabile: si può tirare fuori tutto proprio perché qualcosa, intorno, tiene. Dentro questo perimetro Donald Winnicott collocava una conquista preziosa, la capacità di stare soli in presenza di un altro: restare in contatto con il proprio nucleo più intimo mentre qualcuno ti siede accanto, senza fonderti con lui e senza fuggire. È ciò che accade quando la botola si socchiude in seduta — e l'altro, stavolta, non si porta via niente e non scappa.
A reggere quel momento c'è quella che Wilfred Bion chiamava funzione di contenimento: il terapeuta accoglie ciò che la persona da sola non riesce ancora a sostenere, lo digerisce e glielo ridà in una forma pensabile. E intanto il vecchio copione torna a galla — la smania di far entrare tutti, l'impossibilità di mandare a quel paese il Mario di Sant'Elpidio di turno — perché finisce per ripresentarsi anche lì, con il terapeuta stesso. È il transfert, e non è un intoppo: è la materia prima del lavoro. Una cosa è raccontare quel copione; un'altra è vederlo accadere nella stanza, ed è solo da lì che lo si può riscrivere.
La terapia non alza muri più spessi: insegna dove sono le porte, e quando vale la pena aprirle.
Allora respirare smette di essere soltanto un fatto solitario, da consumare nell'unico posto con l'ossigeno buono. Diventa qualcosa che, contro ogni aspettativa, si riapprende accanto a un altro: in una stanza dove i polmoni malati ritrovano un ritmo, e da cui si esce con un confine finalmente un po' più tuo.
È il paradosso che il fumetto consegna senza dichiararlo: i confini non sono misantropia, sono la membrana che permette lo scambio. Si possono «fare dei giri» proprio perché esiste un dentro a cui tornare; si può dire sì a qualcuno proprio perché si è imparato a dire no a Mario di Sant'Elpidio. Tenere chiusa la botola non significa restare soli: significa avere ancora un posto da cui ripartire, e dei polmoni con cui farlo.
Per approfondire — i testi
Byung-Chul Han, La società della stanchezza (nottetempo) — l'apnea, i «polmoni malati», il bisogno di riprendere fiato.
Byung-Chul Han, L'espulsione dell'Altro (nottetempo) — trasparenza, perdita degli spazi di ritiro, la botola.
Byung-Chul Han, La società senza dolore (Einaudi) — la sofferenza bandita: la pianta «brutta e contorta».
Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale (Feltrinelli) — la difesa dello spazio minacciato, i legami fragili.
Erich Fromm, Psicanalisi della società contemporanea — il super-io conformista, «l'intimità è diventata clandestina».
Andrea Colamedici, Maura Gancitano, La società della performance (Tlon) — rinunciare al segreto in cambio del noto.
Donald W. Winnicott, Sviluppi affettivi e ambiente (Armando) — la «capacità di stare soli in presenza di un altro», il setting come cornice.
Wilfred R. Bion, Apprendere dall'esperienza (Armando) — la funzione di contenimento e la trasformazione dell'esperienza.