Avere informazioni non significa conoscere davvero
di Dott. Cosimo Frascella, psicologo clinico e psicoterapeuta · Aggiornato a giugno 2026 · Tempo di lettura: 4 minuti
In breve: informarsi significa entrare in contatto con un dato che scorre in superficie e che dimentichiamo poco dopo. Conoscere è un'altra cosa: è lasciarsi trasformare da ciò che si incontra. La differenza non è solo filosofica — riguarda la tua attenzione, la tua memoria e il tuo benessere quotidiano.
Viviamo in un'epoca di abbondanza di informazioni e di povertà di conoscenza. Ogni giorno passano davanti ai nostri occhi centinaia di notizie, video, immagini. Eppure, alla fine della giornata, fatichiamo a dire cosa abbiamo davvero imparato o sentito. Vediamo perché succede e cosa cambia quando smettiamo solo di informarci e iniziamo a conoscere.
Qual è la differenza tra informarsi e conoscere?
Informarsi è un atto che resta in superficie: l'informazione ci rimbalza addosso, ci colpisce per un istante — ci diverte, ci spaventa, ci interessa — e poco dopo è già sostituita dalla successiva. Non lascia traccia. Non cambia chi siamo.
Conoscere, invece, è un atto che ci trasforma. Un'antica intuizione filosofica diceva cognoscere est coire: conoscere è unirsi a ciò che si conosce, lasciare che ci entri dentro e modifichi il nostro modo di vedere. La differenza, quindi, non è la quantità di cose che sappiamo, ma se quelle cose ci hanno cambiato oppure no.
Avere accesso alle informazioni non significa possederle
Oggi facciamo confusione tra due cose molto diverse: avere accesso a un'informazione e possederla. Abbiamo in tasca, in ogni momento, più informazioni di quante ne abbia mai avute qualunque biblioteca della storia. Ma poterle raggiungere non vuol dire che siano nostre. Possederle, nel senso pieno, significa che ci sono entrate dentro e ci hanno cambiato. Tutto il resto è, appunto, solo accesso.
Un esempio utile viene dall'intelligenza artificiale. Un sistema come ChatGPT, Gemini o Claude funziona, semplificando, prevedendo la parola più probabile dopo le precedenti: ha "letto" quantità enormi di testo e ne ricombina gli schemi per produrre risposte coerenti. È straordinario per maneggiare informazioni. Ma non conosce nel senso umano del termine: non ha un corpo, non vive ciò di cui parla, non viene trasformato da quello che elabora. Dispone di accesso quasi illimitato, e di possesso zero.
Il punto è che quando ci limitiamo a scrollare, informarci e accumulare, ci comportiamo un po' allo stesso modo: accediamo a tutto e assorbiamo quasi niente. La conoscenza umana segue un'altra strada, più lenta e più coinvolgente. Prima incontriamo un'informazione; poi, se le diamo tempo e attenzione, diventa conoscenza — qualcosa che capiamo e che ci riguarda; con la pratica e un po' di fatica si fa competenza; e infine, mettendola in gioco nella vita, diventa una capacità che è davvero nostra.
La scala che trasforma l'informazione in capacità
INFORMAZIONI → CONOSCENZA → COMPETENZA → ABILITÀ → CAPACITÀ
Informazioni — i dati grezzi: notizie, stimoli, nozioni che ci passano davanti.
Conoscenza — conoscere gli argomenti, i termini, apprendere le parti teoriche. È il primo "unirsi": qualcosa comincia a entrarci dentro.
Competenza — dopo aver appreso, capire e saper usare le tecniche. Richiede una formazione, spesso un mentore, e soprattutto pratica e noia. È misurabile e osservabile.
Abilità — l'unione di conoscenza e competenza per compiere un compito o adottare un comportamento.
Capacità — la disposizione più ampia e personale: il poter-fare che integra tutto il resto ed è ormai parte di noi.
Nota quanto la scorciatoia digitale ci fa fermare al primo gradino. Informarsi è facile e immediato; salire verso la conoscenza e la competenza richiede tempo, ripetizione e — parola oggi impopolare — un po' di noia. È lì che si decide se un'informazione resterà un dato di passaggio o diventerà qualcosa che sappiamo davvero fare.
Cosa accade nello scrolling
Lo scrolling non è un'abitudine neutra: agisce con precisione sulla nostra attenzione, e vale la pena capire come.
Il primo meccanismo è il costo di cambio. Ogni volta che saltiamo da un contenuto all'altro, il cervello paga una piccola "tassa" per tornare a concentrarsi. Dieci minuti di scrolling non costano dieci minuti: frammentano la capacità di attenzione anche del tempo successivo. Non siamo diventati come pesci rossi con tre secondi di memoria — la nostra attenzione non è sparita, è andata in pezzi.
Il secondo è il rinforzo intermittente, lo stesso delle slot machine. Non sappiamo mai se il prossimo video sarà noioso o fantastico, e proprio questa incertezza ci tiene incollati: non cerchiamo davvero il contenuto, cerchiamo la piccola scarica dell'attesa. Le app sono disegnate apposta per sfruttare questo meccanismo.
Il terzo è la disabitudine all'attrito. Il mondo digitale è liscio, scivoloso, senza sforzo: un tocco e hai tutto. Ma la realtà — leggere un libro difficile, imparare qualcosa, pensare, stare con un altro — è piena di attrito. Più ci abituiamo al liscio, più la fatica del reale diventa insopportabile. E l'attenzione stessa è una forma di attrito: se smettiamo di allenarla, si indebolisce.
Il quarto è il più sottile: lo scrolling uccide i tempi morti. Non c'è più il momento vuoto in attesa dell'ascensore o in fila: tiriamo fuori il telefono per riflesso. Ma proprio quel vuoto era fertile. Quando ci annoiamo, il cervello non si spegne: entra in una modalità in cui connette le idee, elabora le emozioni, immagina e pianifica. Riempendo ogni pausa con uno schermo, blocchiamo questo processo alla fonte.
Cosa significa, in pratica, "conoscere trasforma"?
Significa che entrare davvero in contatto con qualcosa — un libro, una persona, un'esperienza, anche un dolore — non ci lascia uguali a prima. Un'altra immagine antica lo dice bene: non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. Non solo perché il fiume scorre, ma perché scorriamo anche noi. Ogni incontro vero è un piccolo cambiamento.
Il problema è che oggi abbiamo perso la passione per questo cambiamento. Cerchiamo di controllare tutto, e così trattiamo ogni cosa come un'informazione da consumare in fretta, invece che come un'esperienza da attraversare. Ma la vita non si consuma: ci dà forma. E noi abbiamo la responsabilità di darle, a nostra volta, una forma — raccontandola, pensandola, lasciandocene attraversare.
Cosa c'entra tutto questo con l'ansia e il benessere?
C'entra molto. Quando riempiamo ogni momento vuoto con uno schermo, non restiamo mai soli con i nostri pensieri. Eppure è proprio in quei momenti — l'attesa, la noia, il silenzio — che la mente elabora le emozioni della giornata e ci rimette in contatto con noi stessi.
Togliere del tutto quei vuoti ha un costo psicologico: una sottile inquietudine di fondo, quella sensazione che arriva appena spegniamo il telefono. Non è astinenza da notifiche: spesso è il disagio di sentire ciò che abbiamo dentro e che abbiamo smesso di ascoltare. La noia, in questo senso, non è il nemico — è un vuoto fertile, lo spazio in cui torniamo a essere noi.
Come trasformare l'informazione in conoscenza
Non serve abbandonare il mondo digitale. Serve cambiare la qualità del contatto. Alcune direzioni semplici, che propongo spesso anche in studio:
Aggiungi un po' di attrito. Rendi più difficile lo scrolling automatico (togli le app dalla home, disattiva il login facile). L'obiettivo è rompere il gesto fatto senza pensare.
Difendi i tempi morti. Non riempire ogni attesa con il telefono. Lascia che la noia faccia il suo lavoro.
Stai un po' da solo con te stesso. Anche dieci minuti al giorno, in silenzio, senza schermi. Se all'inizio è scomodo, è proprio il segnale che serve.
Racconta ciò che ti accende. Quando qualcosa ti tocca — un film, un libro, un pensiero — non tenerlo per te: raccontalo a qualcuno. È raccontando ciò che ci attraversa che lo trasformiamo in conoscenza di noi stessi.
Quest'ultimo punto è il cuore del mio lavoro. In studio, a Matera, uso anche la dimensione narrativa e simbolica — la storia, l'immagine, il corpo — perché spesso conosciamo davvero noi stessi solo quando troviamo le parole per dire ciò che ci ha dato forma.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra informazione e conoscenza? L'informazione è un dato che resta in superficie e si dimentica in fretta. La conoscenza è un'esperienza che ci trasforma e cambia il nostro modo di vedere. Si può essere informatissimi e conoscere pochissimo.
Avere accesso a tante informazioni significa conoscerle? No. Accesso e possesso sono cose diverse. Poter raggiungere un'informazione non vuol dire che sia nostra: lo diventa solo quando ci entra dentro e ci cambia. Un'intelligenza artificiale, per esempio, ha accesso quasi illimitato alle informazioni ma non "conosce" nulla nel senso umano, perché non vive né viene trasformata da ciò che elabora.
Perché lo scrolling continuo fa male all'attenzione? Perché ogni cambio di contenuto ha un "costo di cambio" cognitivo: il cervello fatica a tornare a concentrarsi. Lo scrolling frammenta l'attenzione e impedisce alla mente di entrare nello stato in cui elabora idee ed emozioni.
La noia fa bene? Sì, entro certi limiti. Nei momenti di vuoto e di noia la mente connette idee, elabora le emozioni e ci rimette in contatto con noi stessi. Riempire ogni vuoto con uno schermo blocca questo processo.
Questo ha a che fare con la psicoterapia? Sì. Imparare a stare con i propri pensieri, dare parola a ciò che si vive e trasformare le esperienze in consapevolezza è parte centrale di un percorso psicologico. È possibile approfondire nella pagina dedicata alla psicoterapia a Matera.
Scritto dal Dott. Cosimo Frascella, psicologo clinico e psicoterapeuta a Matera. Integra psicologia profonda e linguaggio accessibile, con un lavoro che unisce parola, corpo, simbolo e narrazione. Chi sono · Psicoterapia a Matera · Contatti
Aggiornato a ottobre 2026.