Perché ripetiamo ciò che ci fa soffrire? Dentro la logica segreta del masochismo psicologico
La parola masochismo ci mette a disagio. Evoca scene private, cinghie e fruste, copertine di romanzi che non leggeremmo in metropolitana. Ma quando in stanza di terapia ne parliamo, ci occupiamo di qualcosa di molto più diffuso e molto meno spettacolare: i modi silenziosi in cui ognuno di noi, a volte, organizza il proprio dolore.
Vittorio Lingiardi, nel suo recente Farsi male. Variazioni sul masochismo (Einaudi, 2025), che ho letto e che consiglio caldamente a chiunque voglia avvicinarsi al tema senza tecnicismi ma con rigore, scrive una frase che fa da bussola a tutto il libro: siamo tutti masochisti, ma non allo stesso modo. E non tutti abbiamo un disturbo masochistico di personalità. È da qui che vorrei partire.
Cosa intendiamo davvero per masochismo
Quando in psicologia clinica parliamo di masochismo, non ci riferiamo a pratiche sessuali consensuali — quelle hanno una loro legittimità, una loro cornice e raramente arrivano in seduta come problema. Ci riferiamo a un modo di funzionare: una tendenza a ripetere esperienze dolorose, umilianti o autosabotanti, spesso senza piena consapevolezza, e a trarne paradossalmente un senso di continuità, di identità, talvolta persino di sicurezza.
Si fa male in tanti modi. Restando in relazioni che svuotano. Rifiutando occasioni che meriteremmo. Sentendosi in colpa quando qualcosa va bene. Inseguendo amori intermittenti per anni, convinti che la prossima volta sarà diversa. Lavorando fino allo sfinimento per dimostrare di valere. Punendoci silenziosamente per piaceri minimi.
"Stare male, ma senza l'altro stare peggio"
C'è una frase che Lingiardi riporta da una sua paziente, e che riassume meglio di mille definizioni la logica relazionale del masochismo: «con lui sto male, ma senza sto peggio». Non è debolezza. Non è masochismo come capriccio. È una soluzione di compromesso costruita molto presto nella vita, quando l'unico modo per restare in contatto con una figura affettiva era accettarne il dolore che produceva.
Lo psicoanalista Irwin Rosen, citato da Lingiardi, parla di "oggetto sufficientemente cattivo": un capovolgimento ironico del celebre "oggetto sufficientemente buono" di Winnicott. Per alcune persone, infatti, è la presenza ricorrente di un altro deludente, intermittente, talvolta crudele, a garantire la sensazione di essere vive e in contatto. Meglio una relazione che fa male di nessuna relazione. «Il dolore fisico è meglio della morte spirituale», scrisse una paziente al suo terapeuta in un caso clinico ormai classico (Stolorow et al., 1988).
Il sabotatore interno: la voce che ci tiene piccoli
Una delle figure più riconoscibili del masochismo psicologico è quella che in letteratura clinica viene chiamata sabotatore interno. È quella voce — spesso scambiata per la nostra — che ridimensiona ogni successo, anticipa ogni fallimento, ci ricorda che non meritiamo. Non urla. Sussurra. E quando funziona meglio, è invisibile: ce ne accorgiamo solo dagli effetti, cioè dalle cose che non facciamo, dalle relazioni che non iniziamo, dai talenti che non coltiviamo.
Da dove arriva? Quasi sempre da figure significative precoci che ci hanno comunicato — esplicitamente o no — che il nostro valore era condizionato. Che potevamo essere amati, ma a un prezzo. Che dovevamo essere bravi, silenziosi, accomodanti, sacrificali. Il sabotatore interno è la cristallizzazione adulta di quel patto.
Perché ripetiamo? La coazione a ripetere
La domanda che colpisce di più chi si avvicina a queste storie è: perché non si esce? Perché si torna nella stessa relazione, nello stesso schema, nello stesso dolore?
Freud, già nel 1920, aveva intuito qualcosa: chiamò questo fenomeno coazione a ripetere. Non è masochismo come gusto del dolore. È un tentativo, paradossale e fallimentare, di padroneggiare un trauma riportandolo in scena. Come se la psiche dicesse: "Stavolta finirà bene. Stavolta sarò io a scegliere come si chiude". Solo che quasi mai finisce bene, perché il copione è quello vecchio, e i ruoli sono assegnati prima ancora che il sipario si alzi.
Per Nancy McWilliams — la cui Diagnosi psicoanalitica resta, a mio parere, uno dei manuali più chiari mai scritti sulla struttura della personalità — le radici del funzionamento masochistico stanno spesso in problemi non risolti di dipendenza e in paure di solitudine. La frase implicita che la persona masochista porta dentro suona così: per favore, non lasciarmi; senza di te mi farò del male. È una comunicazione, prima ancora che un sintomo. E McWilliams osserva qualcosa di acuto: non è raro scoprire, ascoltando, che le uniche occasioni in cui un genitore aveva un investimento affettivo verso questi pazienti, da bambini, erano quelle in cui venivano puniti. In queste condizioni, attaccamento e dolore diventano inseparabili: la sofferenza viene appresa come il prezzo della relazione.
Quando diventa un problema clinico
Avere tratti masochistici non significa avere un disturbo. La differenza è di grado, di pervasività e di costo. Diventa clinicamente rilevante quando:
il farsi male è ripetitivo e attraversa più aree della vita (relazioni, lavoro, corpo, scelte economiche);
le occasioni di piacere o riconoscimento generano colpa, ansia o autosabotaggio;
la persona si identifica con la posizione di chi soffre, al punto che cambiarla minaccia l'identità;
esistono relazioni stabilmente disfunzionali da cui non si riesce a uscire pur riconoscendole tali;
la rabbia non trova espressione diretta, ma si rivolge contro di sé sotto forma di sintomi somatici, depressione, autolesionismo o "autopunizioni" sottili.
Glen Gabbard, autorevole voce della psichiatria psicodinamica contemporanea, ricorda nella sua Psichiatria psicodinamica che la sopportazione del dolore, in queste configurazioni, diventa una modalità relazionale: il modo, talvolta l'unico modo, in cui la persona sa stare con un altro. Gabbard è anche critico di una certa decisione storica della psichiatria — l'eliminazione della "personalità masochistica" dal DSM, avvenuta per ragioni perlopiù politiche — perché ritiene che, sul piano clinico, questo funzionamento esista, vada riconosciuto e curato. Sulla stessa linea Lingiardi: il rischio di non nominare un fenomeno è di lasciarlo invisibile a chi lo vive.
Si può uscirne? Il lavoro terapeutico
Sì, ma non attraverso il "ragionamento". Dire a chi soffre "basta, lascialo, vai via, fai per te" non funziona — e di solito è quello che gli amici già fanno, senza risultato. Funziona invece un lavoro lungo, paziente, che si muove su tre piani contemporaneamente:
Riconoscere il copione: dargli un nome, una storia, un'origine. Non per accusare nessuno, ma per capire da dove proviene.
Sentire la rabbia e il bisogno che il sintomo nasconde. Sotto il masochismo c'è quasi sempre una richiesta legittima — di attenzione, di amore, di riconoscimento — che non ha mai trovato un canale diretto.
Sperimentare una relazione diversa, dentro e fuori la terapia. Questo è il punto che McWilliams sottolinea con forza: nei funzionamenti masochistici il terapeuta non offre tanto interpretazioni, quanto un modello vivo di rispetto di sé, di limite sano, di disponibilità non sacrificale.
Non si tratta di smettere di soffrire. Si tratta — diceva Freud, e Lingiardi lo riprende — di trasformare la miseria nevrotica in infelicità comune. Cioè di restituire al dolore il suo posto: una parte della vita, non l'unico modo di abitarla.
Tre letture che consiglio
Se questi temi ti hanno parlato e vuoi approfondire, ti suggerisco tre testi che, da clinico, considero importanti — per lettori diversi.
Per il lettore non specialista, il riferimento è Farsi male. Variazioni sul masochismo di Vittorio Lingiardi (Einaudi, 2025). È un libro raro: scritto da un clinico di grande esperienza, ma accessibile, attraversato da poesia, cinema e casi clinici raccontati con delicatezza. Non fa diagnosi al lettore — fa qualcosa di più utile: gli offre una mappa per leggersi senza fretta. Ed è il testo da cui è nato questo articolo.
Per chi vuole spingersi oltre, sul versante clinico, La diagnosi psicoanalitica di Nancy McWilliams (Astrolabio) è un classico contemporaneo: la sezione sulla personalità masochistica è una delle più chiare e umane mai scritte sul tema, e contiene indicazioni preziose sul lavoro terapeutico.
Per i colleghi e gli studenti, infine, Psichiatria psicodinamica di Glen Gabbard (Raffaello Cortina) offre la cornice integrata tra DSM e pensiero psicodinamico, con un capitolo specifico sul masochismo che dialoga con la teoria delle relazioni oggettuali e la psicologia del Sé.
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Riferimenti bibliografici
Lingiardi, V. (2025). Farsi male. Variazioni sul masochismo. Torino: Einaudi.
McWilliams, N. (2011). La diagnosi psicoanalitica. Struttura della personalità e processo clinico (2ª ed.). Roma: Astrolabio.
Gabbard, G. O. (2015). Psichiatria psicodinamica (5ª ed., basata sul DSM-5; a cura di F. Madeddu). Milano: Raffaello Cortina.
Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere. In Opere, vol. 9. Torino: Bollati Boringhieri.
Stolorow, R. D., Brandchaft, B., & Atwood, G. E. (1988). Psychoanalytic Treatment: An Intersubjective Approach. Hillsdale, NJ: Analytic Press.