il capro espiatorio: perché i gruppi cercano un colpevole
e come interrompere il meccanismo
Di Cosimo Frascella — Tempo di lettura: 10 minuti
C'è una scena che si ripete identica in ufficio, in famiglia, nello spogliatoio di una squadra e persino nelle chat di condominio. Le cose vanno male, la tensione sale, nessuno sa bene di chi sia la colpa — e poi, quasi per magia, tutti lo sanno: è colpa sua. Del collega "difficile", del figlio "problematico", del socio "che rema contro". Da quel momento il gruppo respira. Si ricompatta. Torna a funzionare.
Quella magia ha un nome antico: capro espiatorio. Capire perché questo meccanismo produce spesso un sollievo immediato — e perché quel sollievo ha un costo altissimo — permette di leggere molto meglio ciò che accade nei piccoli gruppi e nelle organizzazioni.
Un antico rito descritto nel Levitico
L'espressione viene dal Levitico (capitolo 16). Nel giorno dell'espiazione venivano scelti due capri: uno veniva sacrificato; sull'altro il sommo sacerdote poneva simbolicamente le colpe del popolo, prima di mandarlo nel deserto. Il capro se ne andava, e con lui le colpe. La comunità restava, purificata.
Il rito è scomparso. Il meccanismo no.
Girard: una teoria del "tutti contro uno"
Chi ha riflettuto più a fondo su questo fenomeno è l'antropologo e critico letterario René Girard, in due opere fondamentali: La violenza e il sacro (1972) e Il capro espiatorio (1982). La sua è una tesi radicale: il meccanismo vittimario non sarebbe un incidente della vita collettiva, ma uno dei suoi fondamenti. Va detto subito: si tratta di una teoria ampia e discussa, più antropologica e filosofica che sperimentale — ma ancora straordinariamente feconda per comprendere certe dinamiche collettive.
Il ragionamento, semplificando, è questo. Gli esseri umani desiderano per imitazione: desideriamo ciò che desiderano gli altri (Girard lo chiama desiderio mimetico). Ma se tutti desideriamo le stesse cose — status, riconoscimento, risorse — la rivalità cresce, le differenze si confondono e il gruppo entra in crisi: tutti contro tutti. A quel punto la tensione diffusa cerca un bersaglio unico su cui scaricarsi senza distruggere il gruppo. Il "tutti contro tutti" diventa "tutti contro uno" — e la pace, per un po', ritorna.
Girard lo dice con una precisione che vale la pena citare alla lettera: «Capro espiatorio designa simultaneamente l'innocenza delle vittime, la polarizzazione collettiva contro di esse e la finalità collettiva di questa polarizzazione» (Il capro espiatorio, Adelphi, 1987).
Tre elementi, dunque: l'innocenza della vittima (la sua colpa non è mai proporzionata a ciò che le viene attribuito: il capro non è "il responsabile", è il designato); la polarizzazione collettiva (non basta un accusatore: serve il coro); la funzione (l'accusa serve al gruppo, non alla verità). Girard riconosce il meccanismo dai suoi stereotipi ricorrenti: una crisi che confonde ruoli e differenze, accuse vaghe e sproporzionate, la scelta di vittime "marcate" — chi è ai margini, chi è diverso, chi è troppo debole o troppo visibile per essere difeso.
Un dettaglio cruciale: come nota Girard, il capro espiatorio «agisce soltanto sui rapporti umani sconvolti dalla crisi, ma darà l'impressione di agire ugualmente sulle cause esterne». Tradotto: sacrificare qualcuno può far stare meglio il gruppo, ma non risolve il problema reale. La crisi di fatturato, la disorganizzazione, il conflitto tra soci restano lì, intatti — pronti, prima o poi, a chiedere un nuovo capro. E non sempre il meccanismo riesce: può incontrare dissenso, fallire, o spaccare il gruppo ancora di più. Funziona come sollievo temporaneo, mai come soluzione.
La funzione psicologica: cosa ci guadagna il gruppo
Perché il meccanismo è così diffuso? Perché può svolgere funzioni psicologiche precise.
Scarico dell'angoscia tramite proiezione. A partire da Freud (Psicologia delle masse e analisi dell'Io, 1921), la psicologia dinamica ha mostrato come l'appartenenza a un gruppo trasformi il modo in cui gestiamo aggressività, identificazione e responsabilità individuale. In questo quadro la proiezione è un'operazione economica: ciò che non tollero in me — incompetenza, fragilità, ostilità — lo vedo con straordinaria nitidezza nell'altro. Il conflitto smette di essere dentro di me o tra noi, e diventa un problema di quello lì.
Coesione a basso costo. Un nemico comune è un collante rapidissimo. La psicologia sociale lo ha documentato sperimentalmente: i gruppi tendono a giudicare i membri interni "devianti" più severamente degli estranei, proprio per proteggere l'immagine positiva del gruppo — è il cosiddetto black sheep effect (Marques, Yzerbyt & Leyens, 1988). Espellere la pecora nera comunica: "il problema non siamo noi, è lui".
Regolazione dell'equilibrio del sistema. In alcune letture sistemiche, il sintomo di un membro della famiglia può diventare il punto intorno al quale si organizza l'attenzione dell'intero sistema: è il tema classico del paziente designato. Concentrarsi esclusivamente su di lui può impedire di vedere altre tensioni relazionali — senza che questo significhi negare la realtà e la complessità della sua sofferenza, che resta autentica e merita cura in sé. Sul versante dei gruppi, Wilfred Bion osservò che sotto stress i gruppi scivolano dalla modalità di lavoro razionale ad "assunti di base" primitivi, tra cui l'attacco-fuga: il gruppo si comporta come se esistesse per combattere qualcuno o fuggire da qualcosa. Un gruppo in assunto di attacco-fuga cerca un nemico. Se non c'è, tende a produrlo.
Il triangolo di Karpman: la geometria del gioco
Se Girard fotografa il fenomeno su scala collettiva, lo psichiatra Stephen Karpman — allievo di Eric Berne, il fondatore dell'Analisi Transazionale — ne mappa le micro-dinamiche quotidiane. Nel 1968, in un articolo diventato un classico (Fairy Tales and Script Drama Analysis), Karpman disegnò un triangolo con tre vertici: Persecutore, Salvatore, Vittima. È il triangolo drammatico, la scena in miniatura dei "giochi psicologici" descritti da Berne in A che gioco giochiamo (1964): scambi apparentemente ragionevoli, mossi però da un copione nascosto, che finiscono in modo prevedibile e spiacevole per tutti.
Il Persecutore aggredisce, critica, colpevolizza: "Io sono a posto, tu no".
Il Salvatore aiuta chi non ha chiesto aiuto, o aiuta più del necessario. Sembra generoso, ma il messaggio implicito è lo stesso: "Tu da solo non ce la fai".
La Vittima si percepisce impotente e cerca chi la persegua o la salvi: "Da solo non posso farcela".
Una precisazione essenziale: qui "Vittima" — con la maiuscola — indica il ruolo del triangolo drammatico, una posizione relazionale. Non significa che chi subisce una persecuzione reale sia responsabile della violenza ricevuta o stia semplicemente "giocando" una parte.
L'intuizione decisiva di Karpman non sono i tre ruoli, ma la rotazione: chi entra nel triangolo non resta fermo in un vertice. Il Salvatore, esausto e non ringraziato, diventa Persecutore ("dopo tutto quello che ho fatto per te!"); la Vittima, accumulato abbastanza rancore, si trasforma in Persecutore; il Persecutore, messo di fronte alle conseguenze, si scopre Vittima ("adesso il cattivo sono io?"). Il dramma sta esattamente nei cambi di ruolo: è lì che scatta il colpo di scena.
Due lenti complementari
Girard e Karpman appartengono a tradizioni molto diverse — uno descrive crisi collettive e polarizzazione, l'altro transazioni e rotazioni di ruolo — e i loro modelli non sono sovrapponibili. Possiamo però usarli come due lenti complementari, e l'immagine che ne esce è illuminante: nel gruppo che designa un capro, agli occhi dei più il capro appare come il Persecutore ("è lui che ci rovina!"), il gruppo si vive come Vittima, e chi guida l'espulsione si presenta come Salvatore della comunità. Il triangolo gira, e ciascuno è convinto di stare dalla parte giusta. Girard lo aveva colto: i persecutori si percepiscono sempre come «puramente reattivi», dominati dalla loro stessa vittima. Nessun linciaggio, in azienda o altrove, si è mai vissuto come tale dall'interno: dall'interno somiglia sempre a legittima difesa.
Nelle organizzazioni e nei piccoli gruppi: i segnali
Nei contesti di lavoro il meccanismo ha segnali riconoscibili — e vederli prima che il ciclo si completi è già metà dell'intervento.
Sproporzione: conversazioni, email e riunioni dedicate a "il problema X (persona)" superano di gran lunga la rilevanza oggettiva dei suoi errori.
Unanimità crescente: dissentire ("sarà antipatico, ma su questo ha ragione") diventa socialmente costoso. Chi difende il capro rischia di diventare il prossimo.
Vaghezza delle accuse: "è negativo", "non è collaborativo", "rema contro". Accuse di atteggiamento, raramente fatti circostanziati.
Coincidenza temporale: la designazione del colpevole segue di poco una crisi che il gruppo non sa affrontare.
Effetto sollievo: dopo l'espulsione il clima migliora senza che nulla sia cambiato nei processi. Se sei mesi dopo emerge un nuovo "problema-persona", è il sistema che sta parlando.
In alcuni casi il meccanismo può intrecciarsi con condotte di mobbing, quando l'ostilità diventa ripetuta, sistematica e finalizzata alla marginalizzazione di un lavoratore. I due concetti, però, non sono sinonimi: la valutazione del mobbing richiede un'analisi specifica — su condotte, durata, contesto e danni — anche sul piano giuridico.
I costi, in ogni caso, sono di tutti: per la persona designata (ansia, sintomi da stress, un progressivo dubitare di sé), per il gruppo (che smette di apprendere dai propri errori, perché li ha già "spiegati") e per l'organizzazione — con un paradosso: il capro ideale è spesso chi vede e dice.
Che cosa fare, a seconda del posto che occupi nella scena
Se temi di essere diventato tu il capro espiatorio. Chiediti se ti vengono contestati fatti precisi o caratteristiche vaghe e globali. Conserva traccia degli episodi. Cerca uno sguardo esterno di cui ti fidi: la polarizzazione, vista da dentro, confonde. E resisti alla tentazione di difenderti da ogni singola accusa — rincorrerle tutte rischia di confermare la cornice che è già stata costruita.
Se ti accorgi di partecipare al coro. Tre domande oneste: quali fatti conosco direttamente? Che cosa sto ripetendo solo perché lo dicono tutti? E soprattutto: quale problema del gruppo sparirebbe dalla conversazione, se smettessimo di parlare di questa persona?
Se guidi il gruppo. Distingui le responsabilità individuali da quelle di sistema: interrompere il meccanismo non significa assolvere tutti, ma valutare comportamenti specifici senza trasformare una persona nell'incarnazione del problema. Riporta la conversazione dai "chi" ai "che cosa" — quale processo, quale decisione ha reso possibile l'errore. Proteggi il dissenso: se difendere l'accusato è diventato pericoloso, il meccanismo è in fase avanzata. E guarda la sedia vuota: se nel tempo il ruolo del "problematico" è stato occupato da persone diverse, il problema non è mai stato nelle persone — è nel copione. E i copioni, come insegna Berne, si possono riscrivere.
L'Analisi Transazionale ha formalizzato anche l'uscita dal triangolo: nel triangolo del vincitore di Acey Choy (1990), la Vittima diventa persona vulnerabile che riconosce la difficoltà e chiede aiuto in modo diretto; il Salvatore diventa premuroso — aiuta su richiesta, senza sostituirsi; il Persecutore diventa assertivo — critica comportamenti specifici, non persone.
In sintesi
Il capro espiatorio è una delle soluzioni più antiche e rapide che i gruppi umani abbiano trovato per gestire angoscia e conflitto: produce spesso un sollievo immediato, e proprio per questo è insidiosa — perché scarica la tensione senza toccare le cause, e tende a chiedere periodicamente nuove vittime. Il triangolo di Karpman ci mostra la stessa dinamica al microscopio, nei ruoli di Persecutore, Salvatore e Vittima che ruotano nelle conversazioni di ogni giorno. Riconoscere il meccanismo — in famiglia, in azienda, in qualunque gruppo — è la condizione per sostituire al sacrificio la parola, e al colpevole designato un problema finalmente nominato.
Essere indicati come "il problema" può portare, col tempo, a dubitare perfino della propria percezione. Uno spazio psicologico può aiutare a distinguere ciò che ci appartiene davvero dalle colpe e dai ruoli che il gruppo ci ha consegnato.
Bibliografia
Berne, E. (1964). Games People Play. New York: Grove Press. Trad. it.: A che gioco giochiamo. Milano: Bompiani, 1967.
Bion, W.R. (1961). Experiences in Groups. London: Tavistock. Trad. it.: Esperienze nei gruppi. Roma: Armando, 1971.
Choy, A. (1990). The Winner's Triangle. Transactional Analysis Journal, 20(1), 40–46.
Freud, S. (1921). Massenpsychologie und Ich-Analyse. Trad. it.: Psicologia delle masse e analisi dell'Io. In Opere, vol. 9. Torino: Bollati Boringhieri.
Girard, R. (1972). La violence et le sacré. Paris: Grasset. Trad. it.: La violenza e il sacro. Milano: Adelphi, 1980.
Girard, R. (1982). Le bouc émissaire. Paris: Grasset. Trad. it.: Il capro espiatorio. Milano: Adelphi, 1987.
Karpman, S.B. (1968). Fairy Tales and Script Drama Analysis. Transactional Analysis Bulletin, 7(26), 39–43.
Marques, J.M., Yzerbyt, V.Y., & Leyens, J.-P. (1988). The "Black Sheep Effect": Extremity of judgments towards ingroup members as a function of group identification. European Journal of Social Psychology, 18(1), 1–16.
Novellino, M., & Miglionico, A. (a cura di). Tattiche e strategie in Analisi Transazionale. (Sul triangolo drammatico e la "pseudoalleanza" terapeutica.)
Selvini Palazzoli, M., Boscolo, L., Cecchin, G., & Prata, G. (1975). Paradosso e controparadosso. Milano: Feltrinelli. (Sul "paziente designato" nei sistemi familiari.)